Massimiliano Finazzer Flory, il mio Leonardo

  • Grande serata futurista

    Grande serata futurista

    © © Giovanni Gastel

Massimiliano Finazzer Flory, il mio Leonardo

Attore, drammaturgo, regista di teatro e di cinema, Massimiliano Finazzer Flory vive fra Milano (la città di cui è stato per tre anni assessore alla cultura, dal 2008 al 2011) e New York (la città che più mi ha cambiato) e gira il mondo con i suoi spettacoli. 


Spettacoli in cui si è accostato spesso a grandiprotagonisti della storia e della letteratura, dal Manzoni dei Promessi Sposi per i 150 anni dell’Unità d’Italia al Collodi di Pinocchio, a Dante. E ora a Leonardo,cui dedica un’intervista impossibile, Essere Leonardo, un lavoro che ha richiesto tre anni di ricerche sulle fonti originali e l’acquisizione di una lingua rinascimentale: per la prima volta si sentono a teatro le parole di Leonardo. Il suo Essere Leonardo è stato rappresentato in Giappone, negli Stati Uniti, in Russia, a Mosca e a San Pietroburgo. E nell’anno che celebra i 500 anni dall’arrivo del genio toscano in Francia, lo porterà proprio al Clos Lucé, dove Leonardo ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita.


Abbiamo intervistato Finazzer Flory alla vigilia di una nuova partenza per l’America e gli abbiamo chiesto di parlarci del suo Leonardo edella sua Francia.


Come è nata questa scelta, cosa vuol dire per lei “essere Leonardo”?

Vuol dire che l’essere non è solo il fare uno spettacolo su Leonardo ma vivere l’esperienza di essere lui stesso. Psicologicamente, fisicamente.Del resto Leonardo ci insegna che senza esperienza di se stessi non si può capire né la propria natura né soprattutto la natura altrui. Da questo punto di vista metto in scena l’uomo Leonardo prima ancora che “l’inventore e l’interprete”.


Quanto rimane secondo lei del genio toscano oggi, in che cosa consiste la sua eredità e la sua modernità e come lei ha voluto farla emergere a teatro?

Ho voluto teatralizzare non solo la memoria ma anche l’immaginazione di Leonardo, la cui eredità più evidente è in mano alla scienza.L’amore per il dettaglio in Leonardo è la premessa per capire le nanotecnologie e offrire ad alcuni campi del sapere, come ad esempio la fisica, il presupposto dell’arte e la prospettiva dello stupore. A teatro,il metodo perché questo avvenga è il gioco della domanda e della risposta, un gioco circolare e infinito.


Com'è stato accolto il suo spettacolo nei diversi Paesi? Leonardo ha la stessa immagine in tutto il mondo?

Leonardo è il pensatore della differenza, seppure posta nella dimensione universale. La conseguenza è che ogni Paese ha il suo Leonardo. Ma il genio del Rinascimento li ha previsti attraverso la teoria del tutto. Leonardo riunisce e aggrega infatti laddove come egli stesso dice “il grande amore nasce dalla cognizione della cosa che si ama”. È evidente che interpretare Leonardo in Europa, negli USA,in Giappone significa diventare ambasciatore di progetti, di ponti…


Interpretare Leonardo negli ultimi anni della sua vita alla corte di Francesco I, l’ha influenzata e in qualche modo l’ha avvicinata alla Francia?

Il mio Leonardo in scena è vicino alla morte. È già francese. Il finale della sua esistenza è segnato da tratti psicologici che rappresentano la sua esistenza: curioso, impaziente, ancora entusiasta, ora sarcastico,ora ironico, non pago di ricerca e desideroso di dialogo laico. Per il teatro è molto importante il luogo dove si muore volontariamente,perché esso dice qualche cosa sul nostro destino.


Lei ha intervistato Leonardo con 67 domande, una per ogni anno di vita… e se Leonardo dovesse intervistare lei, quale domanda vorrebbe sentirsi rivolgere?

Vorrei mi chiedesse se gli sono amico, fedele, se non lo tradirò, restituendo ai posteri davvero le sue autentiche passioni, la sua ricerca senza fine.


Una delle sue ultime passioni teatrali – e anche cinematografiche – è Marinetti e il futurismo. Ci racconta questa esperienza? C’è un legame fra due scelte in apparenza così diverse, Marinetti e Leonardo?

L’estetica delle macchine (volanti) è il filo rosso che tiene insieme due uomini che hanno creduto che arte e scienza si alimentassero vicendevolmente. Altre due connessioni che vedo e a cui credo riguardano la ricerca e la rappresentazione dell’energia dentro l’uomo e il governo della città in nome e per conto del progetto, della lotta contro tutte le catene, dell’apertura di varchi, della fame e della sete verso il cielo…


Progetti futuri? Dove la porterà la sua prossima ricerca di grandi personaggi da raccontare e far rivivere sul palcoscenico o sullo schermo?

Sono tentato di portare in scena la vita di un grande filosofo antico per ridare senso a quella Grecia che è in noi, a quell’amore per la sapienza. Da questo punto di vista Platone e l’apologia di Socrate sono uno straordinario esempio di teatro civile.


Un’ultima domanda: fra i molti riconoscimenti che ha ottenuto per il suo lavoro, nel 2002 ha ricevuto un premio da Umberto Eco. Che ricordo ha di lui?

Un ricordo che mi lega ad un autore francese che lo stesso Eco ha magistralmente tradotto, di cui abbiamo discusso in un viaggio in treno mentre ne stavo preparando una lettura. Mi riferisco a Raymond Queneau e i suoi Esercizi di stile. È un testo che mi trasforma come attore e mi consente di cambiare voce e intenzione in almeno 40 episodi diversi. Ho deciso di riprendere a breve questo lavoro per ricordare non solo Umberto Eco ma anche i rapporti con la grande Francia.

Personaggi