Stefano Accorsi, La Mia Francia

  • Trilogia del viaggio - Peugeot

    Trilogia del viaggio - Peugeot

  • Uno dei tre cortometraggi per Peugeot Italia: "Trilogia del viaggio"

    Uno dei tre cortometraggi per Peugeot Italia: "Trilogia del viaggio"

    © Emanuela Scarpa - Peugeot Italia

Stefano Accorsi, La Mia Francia Bologna it

Bolognese, 44 anni, una carriera che lo ha reso famoso giovanissimo e che continua con crescente successo fra cinema, teatro, regia, Stefano Accorsi è stato insignito dell'onoreficenza di Cavaliere dell'ordine delle arti e delle lettere dal Ministero della Cultura francese.

Un riconoscimento tra i più prestigiosi, per “un attore che si divide tra Francia e Italia, i suoi due Paesi del cuore, e riesce con il suo talento di attore, autore e produttore a rendere più forti tra loro i legami cinematografici, teatrali, artistici”, come recitano le motivazioni ufficiali. E in questo 2015, Accorsi mostra tutta la sua versatilità: ha appena concluso la tournée teatrale con “Decamerone, vizi, virtù, passioni”, secondo atto del progetto Grandi Italiani cominciato con Ariosto (e da alcune letture dall’Orlando Furioso al Louvre) e che continuerà con Machiavelli, è in tv con la serie 1992 e in autunno uscirà il film Italian Race sul mondo delle corse GT. Gli abbiamo chiesto di raccontarci ilsuo lavoro, i suoi progetti, la “sua” Francia.

Lei ha ricevuto molti riconoscimenti importanti, dalla Coppa Volpi al David di Donatello al Nastro d’Argento... ma cosa significa essere Cavaliere delle Arti e delle Lettere?
Ricevere riconoscimenti per il proprio lavoro è sempre gratificante. Ma nel caso del cavalierato è un riconoscimento di cui sono particolarmente orgoglioso perché è un riconoscimento alla mia attività e al mio percorso professionale e artistico. Non un premio temporaneo, legato a un film, a un lavoro preciso, ma per un intero percorso… è una cosa emozionante.

Lei divide la sua vita fra l’Italia e Parigi ormai da molti anni. Come vede la Francia con gli occhi di un bolognese? Com’è la “sua” Francia?
Beh, diciamo che al clima ero già abituato: i lunghi inverni, i cieli grigi, umidi, freddi ci sono anche a Bologna. A Parigi ho ritrovato anche un profondo senso civico, un forte senso di appartenenza, di consapevolezza dei propri doveri e dei propri diritti, concetti che in Emilia sono sempre stati radicati. Ho trovato in questo senso un’atmosfera familiare. Fin dalla prima volta che sono stato a Parigi ho pensato: questa è una città in cui mi piacerebbe vivere. E la grande bellezza di Parigi che ho scoperto vivendoci è anche il suo saper entrare in contatto con il mondo. Parigi comunica con il mondo, è la capitale mondiale della cultura e uno dei più importanti crocevia di culture. E lancia messaggi importanti attraverso l’arte, la letteratura, il cinema: è il grande ruolo che Parigi si assume. E poi è una cosa meravigliosa uscire e poter vedere le più importanti esposizioni del mondo… è davvero un grandissimo privilegio.

Ci sono dei luoghi a Parigi che ama particolarmente?
Mi emoziono sempre ogni volta che attraverso la Senna. A qualunque ora del giorno e della notte, passare la Senna è sempre un’emozione, quel fiume ha un grande valore evocativo per me. Poi mi piacciono molto i parchi: Montsouris, per esempio, e mi piace girare per i quartieri, Saint-Germain, ma anche nel 4° e 5° arrondissement… A Parigi faccio molto vita di quartiere, con i bambini. Andiamo alle mostre, ai musei: il Grand Palais, il Petit Palais, il Beaubourg… è straordinaria la facilità che Parigi offre di fruire di tutto il suo patrimonio.

Dopo tanti anni francesi, tanti film, si sente più un italiano a Parigi o un francese con il cuore italiano? Ha cambiato le sue abitudini? Sogna, pensa in italiano o in francese?
Io resto profondamente italiano, anzi, non mi sono mai sentito tanto italiano come da quando ho cominciato a vivere a Parigi. Amo la Francia, mi ha insegnato tanto, ma il mio DNA è italiano, le mie radici italianissime, non potrei vivere senza l’Italia. Però è vero,quando passo molto tempo in Francia penso e sogno in francese. E’ provato anche scientificamente che pensieri e immaginario siano influenzati dalla lingua del Paese in cui si vive… Non è così invece con i numeri: lì è un altro emisfero del cervello, che sovrintende più all’inconscio. Sono i numeri a rivelare la nostra vera identità, rimangono legati alla lingua materna. Infatti con i numeri un po’ di difficoltà l’ho sempre avuta…

Cosa le piace di più della Francia e del modo di vivere dei francesi e a cosa non rinuncerebbe mai dell’Italia?
Della Francia mi piace il senso di appartenenza, il rigore, il rispetto delle regole, una struttura di Paese che sostiene la società e l’individuo, la coerenza in fatto di diritti e doveri, l’apertura culturale… Ma noi italiani abbiamo quell’elasticità mentale che è solo nostra, quell’arte di arrangiarci che diventa maggiore disponibilità mentale verso l’eccezione che non verso la regola. E questo vuol dire inventiva, capacità di adeguarsi… Ci si esercita a guardare il mondo sentendo di avere avere più possibilità al proprio attivo… E’ qualcosaa cui non saprei rinunciare.

Lei è testimonial della Peugeot, ora anche come attore e regista ditre corti legati al tema del viaggio. Com’è stata questa esperienza, un’emozione, come recita il claim della Peugeot? Il viaggio per lei è un’emozione? E le piace guidare?
Guidare mi piace molto e mi piace molto viaggiare. Viaggiare verso luoghi lontani del mondo, ma mi piacciono anche i piccoli viaggi. Adesso per esempio che sono stato in tournée in Italia con il mio Decamerone, e ci siamo spostati spesso in macchina, mi è piaciuto scoprire luoghi e paesaggi in modo capillare. E’ un viaggio diverso, in macchina. Quando guido, faccio molte cose: ascolto molta musica, penso a un sacco di cose, con la tecnologia posso parlare al telefono… Si, mi piace viaggiare. Mi piace il viaggio che porta fuori da noi, verso altri mondi, ma anche il viaggio in luoghi vicini, alla scoperta di noi stessi, della nostra cultura.

Con la serie 1992, di cui è ideatore e interprete, racconta gli anni di Tangentopoli: perché questa scelta?
Lavorare sulla storia del nostro Paese mi interessa molto. Nel 1992 avevo 21 anni e ho un ricordo molto vivo di quel periodo, ci tenevo a raccontarlo. E l’idea che la serie esca in contemporanea in altri cinque paesi europei - è stata acquistata anche dalla Francia, andrà in onda sui canali Orange e Arte - è un grande incentivo. Stiamo già lavorando infatti anche a 1993 e 1994. La nostra storia interessa, e mescolare fiction e storia crea un progetto fruibile anche da chi non ha la stessa origine geografica e ha una diversa età anagrafica. Il mio personaggio per esempio, Leonardo Notte, concepito dagli sceneggiatori, per me è stata una sorpresa bellissima, è un uomo chesi è liberato dalla morale, spregiudicato certo, ma anche totalmente libero da ideologie. Uno di quei personaggi che capitano di rado…

Nel 2014 ha vinto il Nastro d’Argento con “Io non ti conosco” come miglior esordio alla regia… È l’inizio di una nuova carrieradietro la macchina da presa? Ci sarà un “nuovo” Stefano Accorsi?
La cosa bella di questo mestiere oggi, per come sono fatto io, è poter essere insieme all’origine di un progetto, sul palcoscenico di un teatro, davanti alla macchina da presa. E anche stare dietro alla macchina da presa mi piace molto, sto lavorando a un lungometraggio, una storia vera… Mi piace questa varietà di approccio. Quando mi chiedono se preferisco il teatro o il cinema, rispondo che non potrei rinunciare a nessuno dei due, anzi l’uno mi nutre per fare l’altro. E sentirmi coinvolto in fase creativa in diversi progetti è una dimensione per me nuova, di cui sentivo l’esigenza da tempo.